Dalla lettera di Eleonora Duse alla figlia Enrichetta (1916):
"Sono andata alla Casa Madre di tutte le case di films in Italia, ed è la Casa Ambrosio di Torino. Alle 9 e mezzo ero già allo stabilimento Ambrosio dove si fanno le scene d’interno. È un posto davvero interessante! Quanta gente! Stamattina, c’è stata la presentazione di tutto il personale; 204 persone sono impegnate per il mio film. Il film è passionale (madre e figlio) ma ci vogliono 204 persone per farlo vivere! un mondo! Io credo di sognare, la mia anima ritorna in me!"



STORIA DELLO STABILIMENTO DI VIA MANTOVA 38

Tratto da “Le case di vetro” di Alberto Friedemann

Nel 1911 la casa di produzione Ambrosio decise di costruire nuovi impianti riadattando ad altri usi il vecchio stabilimento. Fu acquistato da Pietro Canonica un altro appezzamento: il nuovo lotto misurava circa 5.300 metri quadrati, ed era a poche decine di metri dal vecchio studio, compreso fra le vie Mantova e Modena – quest’ultima prevista dal Piano Regolatore di Torino del 1911, ma non ancora completamente aperta – e la riva della Dora, non ancora arginata e senza lungofiume; il quarto lato del blocco quadrangolare, fino a Via Cagliari, era occupato da edifici di altri proprietari.

Per costruire il nuovo complesso, ci si rivolse a Pietro Fenoglio: nonostante sia fra gli ultimi progetti dell’architetto, si tratta di un’opera nettamente migliore del teatro di Via Catania, perché appare concepita con buona conoscenza dei problemi tecnici e prestando attenzione sia ai problemi funzionali, risolti con alcune brillanti soluzioni, sia a quelli formali.

Non è a caso che lo stabilimento Ambrosio sia sopravvissuto fino ad oggi e continui ad essere usato in tutti i suoi ambienti, con gli adattamenti del caso: di quanti edifici industriali di novant’anni fa si può dire altrettanto?

Fenoglio impostò il gran teatro di posa, di 50x25x7 metri, con robusti pilastri di ferro a reggere le incavallature del tetto vetrato a due falde sormontato da un lucernario. Per tutta la lunghezza del teatro correva un carro gru, di metri 2x2, con portata di una tonnellata: soluzione interessante, che permetteva riprese aeree e insolite forme d’illuminazione. Il teatro, sopraelevato rispetto al terreno, sorge su un basamento in cemento armato (all’epoca ricoperto di listoni di legno), sotto il quale si trova uno spazio di uguali dimensioni, adibito a laboratorio e magazzino degli scenari: i due spazi sono collegati da un montacarichi che permette la comunicazione attraverso una botola con evidente comodità e risparmio di tempo. Pestelli scriveva:

“Le scene… stanotte allineate di bell’ordine sotto l’impianto del gran teatro, ed il congegno di questo pavimento a sorpresa è tale che solo premendo un bottone si può far salire dal sotterraneo tutta una stanza ammobiliata in questo o quel modo, oppure una fetta di mare o uno spicchio di vecchio maniero, o un mozzicone di torre, o uno sfondo di giardino, e l’una o l’altra farla apparire o scomparire a proposito per sprigionamenti e sprofondamenti rapidissimi attraverso il pavimento incantato”

Ciò che sembra colpire soprattutto il giornalista torinese nella prassi cinematografica è l’aspetto industriale, tecnologico, che precede e accompagna le riprese recitate:

“Qui si ha l’impressione di entrare in un opificio, in un padiglione di lavorazione meccanica, perché in alto e in basso, sospeso al soffitto e nascosto sotto l’impiantito, e tutto un sistema di meccanismi, di piattaforme e di ponti girevoli, argani e carrucole, apparecchi elevatori e congegni elettrici, che servono a sostenere, a sollevare, a rovesciare, a spostare, a far manovrare in ogni senso cose e persone… [Poco dopo aggiunge che sul tetto] … perché dentro non soffochino, si rovescia da un impianto frigorifero una benefica pioggerella gelata”

La palazzina destinata ad ospitare gli uffici e alcuni laboratori tecnici era attigua al teatro di posa cui era organicamente collegata, per tutta la lunghezza, da numerosi passaggi e da una lunga balconata da dove si potevano osservare le riprese in corso; affacciata su Via Mantova, a due piani fuori terra, la palazzina presenta oggi una facciata inalterata dall’epoca di costruzione. Nulla di eccezionale, ma questa facciata è certamente vicina al gusto rigoroso di cui Fenoglio aveva dato prova nelle sue precedenti costruzioni industriali.

Oltre un ampio cortile, un altro corpo di fabbrica, affiancato sulla Via Modena, non ancora completamente aperta, ospitava laboratori e garage; in fondo al cortile, un terzo fabbricato, ad uso magazzino, collegava le due ali del complesso. L’ampio spazio compreso fra i tre fabbricati era aperto sul quarto lato verso il fiume, da cui era separato solo da un argine erboso, fornendo in tal modo buone possibilità per le riprese in esterni.

In tutti i disegni esecutivi non compare la destinazione degli spazi interni, che però sono ben conosciuti grazie ad un accurato disegno di mano di Frusta, con l’indicazione precisa, manoscritta, dello scopo cui sono destinati i vari ambienti.

Nella palazzina di Via Mantova, al piano terreno vi erano gli uffici di Ambrosio, Omegna, Frusta, Rodolfi, dello scultore Ridoni, attiguo ad una stanza destinata ai pittori/scenografi, del cui lavoro Ridoni era responsabile, e altre sale di riunione; al primo piano, spazi per gli operatori e i fotografi, ed una piccola camera oscura per prova di sviluppo.

Gli altri corpi di fabbrica dovevano ospitare, al piano terreno, officine e laboratori d’ogni tipo, mentre al piano superiore vi erano il laboratorio di sartoria e il guardaroba, in comunicazione con i camerini e gli spogliatoi per gli attori e le comparse; attraverso una grande scalinata i camerini comunicavano direttamente con il teatro di posa.

Quanta gente lavorava nei due stabilimenti Ambrosio nel 1913/14?

Sono gli ultimi anni di grandezza della società, che distribuì, nel 1913, 203 film, e solo 137 nel 1914.

Gino Pestelli dice:

“…il maggiore stabilimento torinese produce da solo dai 3 ai 4 milioni di metri di pellicola cinematografica all’anno; ha già cinematografato almeno un migliaio di soggetti e stipendia circa 75 attori, 8 metteurs en scéne, 12 operatori, 20 macchinisti, ed una folla di altre persone, 400 in tutto, che fanno i mestieri più vari, ad incominciare dai meccanici i quali costruiscono delicate macchine di precisione, dagli abili ebanisti che fabbricano mobili di tutti gli stili, fino ai sarti, ai decoratori… ai pagatori di comparse”

Vale la pena di ricordare che, secondo varie testimonianze, nel grande teatro di posa di Via Mantova potevano lavorare contemporaneamente 4 o addirittura 5 troupe.

L’ultimo ampliamento

La Società Ambrosio acquistò, fra la fine del 1914 e l’inizio del 1915, un vasto appezzamento di terreno adiacente a quanto già in suo possesso, così da costruire un lotto unico, impegnandosi col Comune di Torino a non sollevare alcun contenzioso, quando fosse giunto il momento di costruire gli argini in cemento della Dora aprendo un’arteria lungo fiume e di sistemare definitivamente l’assetto viario della zona.

Scopo dell’acquisto era certo quello di avere a disposizione grandi spazi per riprese d’esterni, in prospettiva futura con “giardini all’inglese e boschetti”, e di un lungo fronte sulla riva del fiume, oltre a poter contare su un teatro di posa supplementare, sia pure all’aperto. Si trattò chiaramente di un investimento motivato da un programma produttivo sbagliato e che non teneva conto della crisi europea che aveva già raggiunto l’Ambrosio stessa, dato che il bilancio dal 1° aprile 1914 al 31 marzo 1915 registrava una perdita d’esercizio di 14.485 lire: non una gran perdita per le possibilità dell’azienda, ma un segnale d’allarme che giungeva dopo anni ininterrotti di grandi utili: l’anno dopo l’Ambrosio avrebbe sospeso la produzione per tre anni e dalla crisi non si sarebbe più ripresa.

Il teatro, vista la situazione, non fu costruito e il terreno non fu sistemato con boschi e prati, ma con una soluzione insolita, fu coltivato ad orto, forse, almeno in un primo tempo, come soluzione casalinga alle penurie alimentari del tempo di guerra. Molto triste appare un’osservazione dei curatori della liquidazione:

“…unica fonte d’attività per l’Ambrosio le era rimasto l’orto, perché non si è giunti a costituire una Società per il suo sfruttamento. È così che il reddito dell’orto figura nel bilancio nostro come unica voce attiva dell’esercizio”

L’amaro sarcasmo dei liquidatori ben si accompagna all’entità dell’attivo delle “ortaglie”: 706.80 lire! (poco meno di 1.000.000, in lire 1998)

Pratica fallimentare

La Società Anonima Ambrosio fu dichiarata fallita il 4 dicembre 1924. Dal 24 dicembre 1924 al 29 maggio 1925 i curatori fallimentari furono impegnati a catalogare un’enorme quantità di materiali. Per dare un’idea dell’impegno richiesto, si tenga presente che vi erano decine di migliaia di costumi d’ogni epoca. La sola armeria comprendeva altri 3787 pezzi, oltre alle armi di tipo sportivo, e agli elmi, vi erano circa 464 parrucche.

Non mancano nell’inventario i reperti curiosi e inaspettati: erano presenti 30 forme di formaggio generico, 4 di gorgonzola, 1 di gruyère, 8 di caciocavallo, 16 di robiola e 5 formaggini, in gesso, in cartapesta, in legno. A cosa sarà servito un maiale dipinto a tempera, in cornice di legno verniciato uso mogano e con filettature in oro, di 106x84?

Un documento unico nella storia del cinema italiano che ci permette di conoscere nei minimi dettagli l’attrezzatura, tecnica, professionale, generica, indispensabile per gestire una casa di produzione delle dimensioni dell’Ambrosio.

La relazione, di 445 pagine dattiloscritte più di tre tavole allegate, è accuratissima anche per gli immobili e ci permette di conoscere con precisione dimensioni e cubature dei vari corpi di fabbrica – è annotata addirittura la pavimentazione dei vari ambienti: liste di legno, linoleum, battuto di cemento…

Fortunatamente non andò così: terreni e fabbricati furono venduti per 900.000 lire, il 6 giugno 1929, alla Società Edifici Civili e Industriali; poi passarono di mano in mano, adibiti ad usi diversi e oggi vivono, se non una seconda giovinezza con lo splendore degli anni Dieci, almeno una seconda vita: le palazzine ospitano studi professionali, centri culturali, locali di spettacolo, ed il teatro di posa è stato trasformato in un insolito open space per architetti e grafici. Lo spazio sottostante è stato rilevato recentemente, con i locali collegati, dalla Compagnia Sperimentale Drammatica, diretta da Beppe Bergamasco e Ulla Alasjärvi, trasformato in un centro di spettacoli e di studi. Un’architettura industriale dei primi del Novecento, ora completamente ristrutturata con i contributi della Regione Piemonte, Comune di Torino, della Compagnia San Paolo e della Fondazione C.R.T. e trasformata nell’Espace, struttura polifunzionale adatta a rispondere alle più svariate tipologie di eventi e di pubblico.