di Giacomo Fanfani

con Rafael Porras Montero e Martina Guideri
disegno luci Silvia Avigo
costumi Antonio Musa
produzione Con-fusione/Centro Culturale Le Fornaci – Comune di Terranuova Bracciolini
spettacolo vincitore dei premi Emergenze Creative e You_theater.org

C’è un campo,
È proprio lì, vicino a Berlino.
Si chiama Sachsenhausen: è il campo di sterminio modello dell'intera architettura del Terzo Reich.
Ha la forma di un triangolo e sul vertice c’è una torretta.
La sentinella che vi sale può dominare da solo tutto lo spazio del campo.
Gli uomini che vi sono deportati si riconoscono dai colori.
Ciascuno porta cucito sulla casacca un triangolino di un colore diverso, per organizzarsi meglio, per non confondersi:
Rosso comunisti, verde criminali, rosa pervertiti e poi nero, viola, marrone, azzurro: zingari, immigrati, puttane! Centinaia di piccoli triangoli scintillanti che si spegneranno schiacciati dal peso di un denso colore neutro che scorrerà dappertutto.
Come può sopravvivere un mazzo di rose, se neppure il bianco e il nero hanno resistito?

Note di regia:
Sachsenhausen è stato un campo di concentramento costruito fra il 1936 e il 1937 a pochi chilometri da Berlino: nel progetto degli architetti nazisti aveva lo scopo di fungere da campo modello, simbolo dell'intera architettura del Reich. Al lager fu data la forma di un triangolo equilatero, affinché una sola guardia dominasse tutto lo spazio con un emblematico risparmio di uomini da destinare al controllo dei prigionieri.
Ma il triangolo è anche uno dei simboli di riconoscimento dei deportati. Sulle casacche delle persone venivano cuciti triangoli di diverso colore in base al motivo della detenzione. Il colore per gli omosessuali era il rosa, e infatti l’elemento cardine dello spettacolo sono le rose, simbolo di diversità, protette e oltraggiate dai protagonisti in una costante giostra che indica gli infiniti confini dei campi di sterminio, reali e mentali, che ritroviamo spesso anche nella contemporaneità.
Sinossi
Jürgen nasce nel grembo di una famiglia borghese nella Berlino d’inizio secolo. Sullo sfondo della città più liberale dell’Europa di quegli anni, l’adolescente Jürgen conosce la propria omosessualità con il suo primo amante: Ruben, il garzone del fioraio, che ogni venerdì consegna le rose.
Passano gli anni e con l’avvento del delirio nazista, Jürgen viene deportato nel campo di Sachsenhausen, dove resterà per alcuni mesi prima di essere rilasciato e ricondotto sotto il controllo della famiglia, rappresentata dalla madre. Il rapporto tra i due si snoda in un chiuso dialogo che non consente vie d’uscita.
Il linguaggio poetico e brutale del testo è l’elemento che porta il dramma ad essere musica e rumore: più che di un teatro di denuncia si tratta di un teatro che diventa poesia trattando tematiche drammatiche e crudeli. L‘abbattimento delle frontiere, dei pregiudizi, dei moralismi viene offerto senza proporre soluzione ma suggerendo una urgente presa di coscienza e di posizione, che oggi non può più permettersi di restare taciuta.
