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           La poesia del Kalevala  di Beniamino Vizzini, Edizioni d'Arte Félix Fénéon

  Produrre un libro non equivale affatto al disegno consueto di produrre merce qualsiasi, quantunque sia esattamente questa, e nient'altro, la regola aurea dell'industria editoriale.

  Così, vanto e privilegio delle nostre edizioni d'arte Felix Fénéon consistono proprio nel fatto di poterci permettere il lusso di costituire  l'eccezione che disconosce la regola, ma non la conferma.

  Il libro " E la signora del Nord si arrabbiò. Sui canti epici del Kalevala", dell'attrice finlandese Ulla Alasjärvi, rappresenta per noi e per  averlo editato, anziché un investimento, un'investitura di senso da accordare ancora alla poesia nel campo, tanto ben infeudato, della  comunicazione culturale, in cui par che il fuoco del canto poetico arda sepolto sotto la cenere del consunto linguaggio di un pubblico (spazio  di) consumo.

   D'altra parte, la poesia non cerca il suo pubblico, lo convoca, lo chiama a sé per condividere insieme un'esperienza che è, poi, l'esperienza  poetica stessa o della parola poetica in sé stessa.

   L'autrice di questo libro, nata ad Helsinki, racconta l'origine antichissima del Kalevala (e del popolo finlandese) come del "canto che dà il  nome alla terra cantata", direbbe Heidegger, e ne ricostruisce l'evoluzione dei temi, appunto, fin dai primordi attingendo agli incunaboli arcani  del Proto-Kalevala, la primissima versione che il medico-etnografo Elias Lönnrot approntò, circa due secoli fa, dei canti Kalevalensi. Ulla  Alasjärvi, che aveva conosciuto il poema sui banchi di scuola, dove tutti i finlandesi lo leggono la prima volta, lo ha riscoperto dal 1983 e nel  1985 portato in scena, in Italia, insieme a Beppe Bergamasco, nello spettacolo teatrale "Baci muschiati", rifacendosi alle vetuste memorie  della lingua e della mitologia finniche raccolte nella prima trascrizione di Lönnrot e, da lei ritradotta per il teatro nel suono della lingua italiana,  così come testimonia l'ultima parte del libro.

   Poesia delle origini, dunque, e soprattutto origine della poesia ("la madrelingua del genere umano" J.G. Hamann) dimenticata nella  insignificanza della quotidianità.

foto di Francesca Donadio  

   "La  poesia vera e propria non è mai solo una forma più elevata (melos) del linguaggio quotidiano. Casomai è il contrario: linguaggio  quotidiano è una poesia dimenticata e quindi consunta, da cui a stento riecheggia un richiamo", assevera Bruce Chatwin citando Heidegger. E  poi "il canto che dà il nome alla terra cantata continua ad esistere", non si tratterebbe allora che di predisporci ad aspettare. Aspettare che  la via del canto ritorni a solcare la terra desolata o, come un fiume carsico, a riaffiorare dall’oblio? Attendere il ritorno di un fantasma o che  torni la seduzione dell'antico inganno a ridonar corpo, sensi e vita, alle ombre e alle parvenze ineliminabili del giorno? Attendere, insomma,  che qualcosa si svegli dal sonniloquio della scrittura? L'invenzione di Theuth avrebbe generato oblio nelle anime di chi l'avrebbe imparata:  quindi, quale motivo mai le indurrebbe a voler risalire controcorrente un millenario fiume d'oblio? Risalirne il corso fin là dove altro non  esisterebbe ora che una fonte muta e essiccata? Eppure, stando in ascolto, a tratti, sembrerebbe di udire la sonorità di quella fonte ancora,  eco di fiumara il cui fragore giunge impercettibile, come un murmure di voci musicali, sillabate da un coro di voci remote.

foto di Donato Di Poce

   Le voci dei runoi, i cantori-poeti che di generazione in generazione hanno tramandato "l'immaginario del popolo finlandese, dei suoi eroi e  dei suoi spiriti" in una catena di ininterrotta tradizione orale fino all'inizio dell'Ottocento.

   L'autrice dedica il suo libro a tutti i runoi di tutti i tempi, in tempi come questi di eclissi della poesia e dei popoli in cui, però, si discute  anche di unione dell'Europa e di dialogo fra popolazioni e culture differenti dal Baltico al Mediterraneo.

   Il suo libro ci riguarda tutti; descrive il viaggio avventuroso alla ricerca delle radici comuni alla confederazione ideale dell'intera umanità,  quando la specie viveva in società larghe immersa nella percezione magico-simbolica del mondo.

foto di Francesca Donadio

   Ulla Alasjärvi scrive: "...il Kalevala restituisce ai finlandesi la loro mitologia arcaica (...). Teatro e sfondo ai miti di riferimento era fatalmente  la Natura. Ogni azione, ogni pensiero si articolava in Essa, con Essa. Sotto spoglie, sempre cangianti, con effetti diversi, la Natura è stata e  continua ad essere parte integrante di un'identità viva (...). Il significato del poema è di portata cosmica. I personaggi rappresentano  contemporaneamente forze sovrumane ed umane debolezze, mentre la natura stessa, umanizzata, è soggetta a stati d'animo, sentimenti,  fatiche." Il Kalevala ci restituisce alla sapienza arcaica dell'età poetica da cui sgorgarono mitologie e sciamaniche visioni ad ogni latitudine  terrestre. Non si può, a questo punto, non rammentare il passo celebre d'una degnità vichiana, là dove essa dice: "adunque la sapienza  poetica, che fu la prima sapienza della gentilità, dovette cominciare da una metafisica non ragionata ed astratta qual è questa or degli  addottrinati, ma sentita ed immaginata quale dovett'essere di tali primi uomini, siccome quelli ch'erano di niuno raziocinio e tutti robusti sensi e  vigorosissime fantasie." Tale fu la poesia che per essi essenzialmente fu "divina" perché, nel loro tentativo di immaginare "le cagioni delle  cose", i popoli primitivi erano portati a conferire loro "l'essere di sostanze della propria lor idea". La coscienza arcaica primitiva si poneva di  fronte alla natura come moto affettivo e fantastico e non razionale: "...per difetto d'umano raziocinio nacque la poesia" ovvero, nacque lo  stato  naturale della mente, nel sogno ad occhi aperti. Albeggiò la lingua fabulosa dei misteri e la creazione della parola non fu una finzione o  un atto intenzionale, ma fu invece prodotto di una originale spontaneità. Scorrendo l'epopea del Kalevala, a somiglianza di lampo rarissimo  traspare il bagliore, allegorico e corrusco, della madrelingua primordiale, così come non s'avverte più fra i versi compulsati e troppo letti  dell'Iliade, dell'Odissea e della Commedia, da noi gente sofistica e addottrinata.

   Immaginiamo allora d’ascoltare la cantilenante voce canora dei runoi, che ci trasporta lontano, in una geografia mitica d’altri orizzonti ed in  età d’altre illusioni, nella landa di Valeva, lontano dalla notte dei sensi in cui siamo confitti.

foto di Donato Di Poce

  Fu Giacomo Leopardi a sostenere in “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica” che “non v’è chi non sappia distinguere due  diversi inganni; l’uno chiameremo intellettuale, l’altro fantastico”. L’uno che appartiene all’età nostra oscura cartesiana del tempo “dove tutto  è civiltà, e ragione e scienza e pratica e artifizi”, l’altro che appartiene alle età sepolte dell’immaginazione (æsthetica o, dei sensi) dove non si  liberano le forme, non si liberano le figure in disinganni, in disincantati effetti di realtà. Al contrario, le si incatena alla illusione vitale delle loro apparenze.

  A quel tempo, gli uomini - come ricorda Tacito nel Libro Quinto degli Annali – “fingebant simul credebantque”. Mentre le lusinghe della  ragione persuadono a credere nella stupida fede in una qualunque verità, gli incantesimi della fantasia convertono il mondo vero in favola e l’errore vive.

 

foto di Francesca Donadio

  Oggi per noi il Kalevala è un libro ma “prima che la tradizione morisse – annota l’autrice del nostro libro – ci furono cronisti che andarono a  visitare i custodi dei canti Kalevalensi nei luoghi dove vivevano”.

  Per noi, ormai, di rado hanno una fisionomia nettamente riconoscibile: sono poco più che fantasmi. Tuttavia quei cantori popolari, uomini e  donne di umili origini, sono stati i depositari di un lavoro sublime, secondo l’apoftegma di Giambattista Vico, il quale afferma che “il più   sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione”.

  Ulla Alasjärvi ce ne restituisce memoria nello spazio di un’accurata e scrupolosa ricostruzione storico-filologica, la cui acribia il lettore vede  mutarsi, da sotto ai suoi occhi, in puro teatro dove la magia dei poeti sublimi irrompe, “tutti robusti sensi e vigorosissime fantasie”, vivida e corpulenta sulla scena della sua anima di viaggiatore incantato.

    

foto di Donato Di Poce

                   L’aura di Tomaso Kemeny (direttore della Casa della Poesia, Milano)

  Il libro presenta il poema del Kalevala a partire dalla sua genesi, dovuta all’opera di Elias Lönnrot che ha trascritto, nella prima parte del  1800, i singoli canti dalla viva voce dei runoi (“cantori popolari”) finlandesi. La prima edizione vanta 32 canti (Vecchio Kalevala, 1835), la  seconda, e definitiva, 50 canti (Kalevala propriamente detto, 1849). Il poema ha legittimato il finlandese come lingua autonoma e con i suoi  miti ha favorito l’identificazione di un popolo e l’identità dei suoi singoli cittadini. L’autrice, con perizia, ora analitica, ora sintetica, delinea la  riscoperta del Kalevala nel contesto della storia dei finlandesi dalle origini ad oggi. Qui si evoca il pantheon degli dei, degli spiriti, dei giganti  per terminare con la biografia dell’ “Omero finlandese”, Elias Lönnrot e con la traduzione di 9 canti del Proto-Kalevala. Il libro mette in  rilievo il carattere sciamanico-magico di un poema tradotto in 30 lingue, una testimonianza preziosa dell’immaginazione umana e del suo  desiderio di indipendenza etnica.

foto di Francesca Donadio

  Stavo per redigere una recensione al libro di Ulla Alasjärvi, quando mi parve di intendere il suono di un lontano “kantele” e allora non ho  potuto che vergare versi ispirati e in onore della Musa finlandese.

L’aura

Nella favolosa Finlandia

Kalevala non potrà mai morire;

è riconoscibile in notti

di freddo glaciale, quando

a lunghi sbuffi di vapore

i banchi di ghiaccio lambiscono

i bastimenti a prua e  poppa

mentre nella bruma il sampo

da lui forgiato, il mulino

emerso dal cuore della luce

assicura il prosieguo della vita.

Ombre di antenati avanzano

sui muri delle case,

adagio, come scorpioni

nell’attesa del canto del poeta

Vainamoinen  e del suo kantele asprigno,

il suo verso fece tremare

chi l’ascoltava con riverenza

quando nella pelle di orso bardato

percosse il suo tamburo

per bloccare le forze maligne

che venivano da Oriente

e dal gelido Nord,

potenze empie inclini

a umiliare il sangue finlandese.

Cantò, poi, dell’istmo di Camelia

dalla furia russa difesa

dal maresciallo Mannerheim

e come Kalevala, le unghie sanguinanti,

le falangi piagate,

infondesse coraggio nel fante finlandese

e con una duplice ferita nel fianco

riprendesse a combattere, terribile

ricacciando nel buio gli invasori.

E sulla strada di ogni giovinezza

finlandese un giorno

apparirà come un miraggio

Leda, la donna

Che non ha bisogno

Di mentire, o di predicare.

La sua bellezza non potendo

venire tollerata

in tutto il suo splendore,

 si trasmuterà

 nell’aura di un mondo migliore.

  L’aura è un episodio del poema (ancora in elaborazione) Attendendo Leda  di Tomaso Kemeny

foto di Francesca Donadio

              Valeva Kantele Vedanta di Luigi Bianco

   (…)

   Grazie ad una gentile, geniale e coraggiosa signora finlandese tocco con mano (come si dice nel banale della mente) che esistono ancora  creature tese alla ricerca della poesia delle origini: quando nessuno sapeva di creare poesia. Quando la scienza e la razionalità erano  lontanissime (siamo secoli avanti Cristo). Quando altre creature cantavano i loro sogni e le loro meraviglie senza porsi troppi perché  (inintenzionalmente).  I Perché forse sono nati dopo: di secolo in secolo. Quando cantori di immaginazione fertile e di voce evocativa (i runoi del libro) tramandavano – di generazione in generazione – i canti primitivi con ciprie più belle e con riferimenti simbolici che entravano  nell’eco della nascita di una nazione, di un popolo, di una lingua, di una identità. Con “E LA SIGNORA DEL NORD SI ARRABBIÒ – sui  canti epici del Kalevala”, Ulla Alasjärvi ha indagato, nell’erta della curiosità prepotente e del genuino sentimento poetico, sui miti  extraordinari  dell’inizio: i giganti del Sud che fanno meraviglie in avventure strabilianti, fanno miracoli in assenza di religione, spostano uomini  e natura, muoiono, risuscitano, partono e si scontrano con la Signora del Nord altrettanto potente e misteriosa, capace, con un soffio di  vento, di respingerli, di affondarli nel mare se non le piacciono o se non sono talmente ubriachi di forza e di genio da meritare la sua  bellissima  figlia. (…)

   A me piace immergermi senza perché nel coinvolgente racconto dell’autrice – bravissima per l’asciuttezza poetica di una partecipazione  non enfatica. Non a caso Ulla è anche pregevole donna di teatro (ha frequentato i grandi maestri del Nord, da Eugenio Barba a Grotowski,  oggi dirige a Torino il Teatro Espace con il suo compagno di vita e di ricerca Beppe Bergamasco).

   Proprio con Beppe Bergamasco nel 1985 ha portato in scena una riduzione del Kalevala (Baci muschiati): chissà quale altra magia.

   A me interessa la freschezza poetica con la quale mi arrivano le parole tradotte da Ulla. Lasciamo perdere le strutture sintattiche- grammaticali, le allitterazioni, eccetera: la magia di quei mondi e di quei gesti primitivi mi arriva proprio con lo strano andamento musicale  delle parole italiane. Da quelle precise e curiose ripetizioni (“Diceva tra sé la Padrona del Nord/Bisbigliava la Signora dei denti radi/Louhi,  Matrigna delle Lande Buie…”) alle espressioni che sembrano antiquate (“in parole traducendo”) e invece danno sapore e freschezza a quei  canti indicibili per stranezza e grandiosità fantasiosa.

   Poesia popolare? Poesia di un popolo? Poesia. (…)

foto di Francesca Donadio

                 Un’idea del nord di Marzio Pieri

    (…) Ulla Alasjärvi (…) da Helsinki è scesa a Torino, tanti e tanti anni fa, dopo una collaborazione con l’Odin Teatret. Qui la pista va  all’incontrario: Eugenio Barba, il creatore dell’Odine Teatret, “salì” da Brindisi ad Oslo, deviò su Varsavia…(…)

   Ma vorrei ascoltare la voce dell’attrice-traduttrice mentre recita questi versi, son sicuro inarcando e distribuendo con le arse vocali e i  respiri, i pesi e i contrappesi –anche Alvar Aalto è finlandese – che l’occhio sulla carta, il calcolo astratto degli equilibri non sempre riescono  a distinguere; magari una seconda edizione del libro potrebbe allegare un cd registrato, meglio ancora un video spartito fra la Ulla che legge e  quello che resti (spero una versione intera) di quei Baci muschiati che, pioneristicamente, la Alasjärvi mise in scena, con Beppe   Bergamasco, suo partner, a Torino, traendo i materiali dal Proto-Kalevala  di Lönnrot. (…)

foto di Francesca Donadio

   Le fotografie sono state realizzate durante le presentazioni del libro a Torino, Circolo dei Lettori, alla presenza dell'Assessore alla Cultura   della Regione Piemonte Prof. Gianni Oliva e del regista Beppe Bergamasco, e a Milano, presso la Casa della Poesia, alla presenza del  Presidente Giaancarlo Majorino e del Vicepresidente Tomaso Kemeny, voce narrante Ulla Alasjärvi, violoncello Fiorenzo Bonansone.

 

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